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8 marzo 2013

Semplificare e Riscrivere: alcuni esempi significativi

   “Chiedo ai miei colleghi e al loro personale di scrivere testi più brevi, che espongano i punti principali in una sequenza di paragrafi brevi e incisivi. [...]

    […] I testi redatti secondo i criteri che propongo possono forse sembrare rozzi in confronto alla levigatezza del burocratese. Ma si risparmierà molto tempo; inoltre, la disciplina necessaria a esporre i punti principali in modo conciso aiuterà anche a pensare più chiaramente.” 

   È il suggerimento che Winston Churchill, primo ministro britannico, dava agli uomini del . suo esecutivo nel 1940. Già negli anni ’70 parte dai paesi anglosassoni un forte impegno di rinnovamento e di semplificazione del linguaggio giuridico inglese, sfociato poi nel cosiddetto plain English movement
   Negli stessi anni in Germania si susseguono diverse Tagungen, ossia convegni e ricerche sul linguaggio giuridico e legislativo, e la questione della comprensibilità viene affrontata istituzionalmente dal Bundesministerium der Justiz.
    Plain words di E. Growers, ossia il primo manuale che fornisce strumenti pratici di semplificazione del linguaggio amministrativo inglese, viene pubblicato già nel 1948. Bisognerà aspettare il 1978, anno in cui viene pubblicato Amtsdeutsch heute di W. Otto, perchè le pubbliche amministrazioni tedesche possano avere un manuale simile a quello dei colleghi britannici. Helmut Kohl, nei primi anni ottanta, quando era appena stato eletto cancelliere tedesco, dichiarava pubblicamente di avere difficoltà a capire la bolletta dell’energia elettrica.
    In Italia siamo leggermente in ritardo. Le prime riflessioni teoriche alla ricerca di un linguaggio giuridico e amministrativo più chiaro e funzionale risalgono ai primi anni ottanta. Studi di questo tipo rimangono però circoscritti all’ambiente accademico e scientifico per diversi anni. Poi, nel 1993, il primo passo concreto verso la semplificazione del linguaggio amministrativo con la pubblicazione del Codice di stile, promosso dall’allora ministro della funzione pubblica Sabino Cassese.


    Vari gli aspetti affrontati: dall'impostazione grafica del documento alla forma linguistica vera e propria. Non mancano gli esempi pratici: un’antologia di documenti autentici di vario genere (bandi, moduli, deliberazioni, circolari), con a fianco, versioni rielaborate. 
    Nel 1994, Cassese vara il progetto Semplificazione del linguaggio amministrativo, il cui prodotto più importante vede la luce quando alla guida del dipartimento c'è Franco Bassanini: si tratta del Manuale di stile, curato da Alfredo Fioritto e inteso come la naturale prosecuzione del Codice. Più agile ed essenziale rispetto al suo predecessore, il Manuale vede ridotte al minimo le premesse teoriche. L’intento è infatti quello di fornire agli operatori della pubblica amministrazione un maneggevole strumento di lavoro, da utilizzare nella pratica quotidiana.   Eppure il quadro generale non sembra essere cambiato moltissimo. 
   Non sono ancora scomparse le lettere indirizzate a codesto spettabile ufficio e nessuno sembra essere tanto ingenuo da credere che manuali e direttive possano cambiare, dall’oggi al domani, il modo di comunicare delle istituzioni. 
   Tuttavia il lavoro è iniziato. E fortunatamente anche varie amministrazioni, sia centrali sia locali (il Ministero del Tesoro, la Regione Molise, il Comune di Lucca, per citarne alcune), intraprendono autonome iniziative di semplificazione dei propri documenti. I corsi di formazione per funzionari e dirigenti si moltiplicano.
    E con piacere registriamo singole commissioni, come quella che, con l’apporto linguistico di Tullio De Mauro, si è occupata di riformare la bolletta dell’Enel, cioè di liberarla dalla consolidata tradizione di incomprensibilità. 
   Presto nel blog, illustreremo e commenteremo il lavoro di una commissione tedesca formata da esperti di diritto che si sono occupati, nell’ambito di un progetto promosso dal Ministero per la giustizia tedesco, di riscrivere le Zeugenladungen, ossia le citazioni a testimone.

23 gennaio 2009

Burocrazia e Burocratese

   “[…] scegli fra tutto il popolo uomini capaci, timorati di Dio, leali, sdegnosi di lucro; e stabiliscili sul popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine, affinché rendano giustizia al popolo in ogni occorrenza: e riferiscano a te soltanto le questioni di maggior importanza, ma risolvano essi stessi le cause più piccole […]”(Vecchio Testamento, Libro dell’esodo, 18,20 – 18,23.)

   L’idea di organizzazione burocratica la scoviamo in una delle fonti più antiche dell’umanità, e in particolare in uno dei consigli che Mosè riceve da suo suocero, Jethro, nel Vecchio Testamento. E tanto antica quanto la stessa burocrazia sembrerebbe essere la critica indirizzata ad essa. Lo stesso termine burocrazia è marcato piuttosto negativamente. La burocrazia quasi ci disturba, come fosse un condomino antipatico che siamo comunque costretti ad incontrare ogni mattina per le scale.


   In effetti la nostra vita pare essere gestita e continuamente assistita da una macchina onnipresente, vincolata a regole ben precise.
   In epoca moderna lo stato ha iniziato a dotarsi di un proprio apparato di dipendenti, dapprima assai contenuto, ma poi via via crescente, fino a divenire negli ultimi decenni un articolatissimo complesso di addetti alla pubblica amministrazione.


   La lingua della burocrazia è di conseguenza la lingua dello stato. Eppure l’etichetta lingua della burocrazia o linguaggio burocratico-amministrativo, come viene spesso definita, continua ad apparirci una realtà poco circoscritta. . Dichiarazioni di assunzione, estratti conto, moduli di tutti i tipi, verbali di contestazione (multe), bandi di concorso, circolari ministeriali e non, avvisi ai cittadini, sono testi che, nonostante la diversità dei messaggi che veicolano, fanno parte della comunicazione intesa come burocratica. Ciò che li accomuna è la presenza di alcune scelte linguistiche.

 
   L’apparato burocratico si regge sulle leggi dello stato, per cui il linguaggio burocratico è direttamente legato alla lingua del diritto. In molti lo considerano una sorta di parente povero, o caricaturale del linguaggio giuridico. Conserva la stessa inclinazione che ha la lingua del diritto per la precisione, l’impersonalità e l’obiettività del proprio stile espressivo. In più, il burocrate segue soprattutto due comandamenti: rispettare i criteri di ufficialità e uniformità. Significa seguire le formule prescritte dall’autorità competente e garantire l’uniformità delle procedure e delle interpretazioni, motivo per il quale il linguaggio burocratico si presenta come una varietà di lingua immobile, scarsamente orientata ad accogliere innovazioni e cambiare la propria veste linguistica.


   Capita però, esclusi alcuni casi singolari, che nella comunicazione tra istituzioni di qualsiasi genere e cittadino lo stile oggettivo, impersonale ed ufficiale venga esasperato, amplificato a tal punto da creare inutili ed ingiustificabili barriere alla comprensione. Il passo è breve, anzi brevissimo. Impersonalità ed ufficialità diventano agli occhi del profano oscurità, artificiosità e anonimato. Ecco che, anche a causa della sua più forte ricaduta sulla vita di tutti i giorni, da diversi decenni si contano diversi tentativi di semplificazione del linguaggio burocratico-amministrativo, ma di questo parleremo più avanti. Invece elenchiamone brevemente le caratteristiche, o i peccati (dipende dalla prospettiva che intendiamo assumere).
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